LA DEPRESSIONE PSICHICA E IL LAVORO [10 mar 04 02:32 by Ngbellia] | ||
LA DEPRESSIONE PSICHICA E IL LAVORO La fonte d'informazione più diffusa è la televisione. E' noto a tutti che i telegiornali, con il passare del tempo, trasmettono sempre più notizie di eventi negativi e sempre meno di eventi positivi. Questo è un fatto che può costituire un sintomo importante della situazione critica delle società contemporanee. La domanda che occorre porsi è se siano maggiori gli accadimenti negativi oppure se siano gli organi di informazione a fare un tale tipo di scelta. La giustificazione che spesso si ascolta in merito a questo problema è costituita dall'asserzione che il pubblico è più interessato alla cronaca negativa. Se ciò fosse vero occorrerebbe trarre la conclusione che i mezzi di informazione si considerano al servizio dei desideri delle maggioranze. La cultura è lavoro d'avanguardia e pertanto mai troverà spazio nei mezzi d'informazione di massa. Eppure sono proprio le avanguardie che modificano il mondo e ciò deve verificarsi per altre vie che non siano quelle delle comunicazioni di massa. La vera cultura è esoterica non già perché vuole tenere riservato il proprio lavoro, ma perché esso non interessa alla gente. Ciò dipende dal fatto che l'esperienza culturale nasce in uno stato rarefatto privo di emozioni e pertanto poco utilizzabile da coloro che necessitano delle emozioni nei loro atti quotidiani. La costituzione umana è tale che in essa sono i fattori emotivi e le abitudini quelli che determinano nella gran massa i comportamenti pratici. Rari sono gli Esseri umani che determinano i loro comportamenti in base a decisioni di puro pensiero e questi sono proprio gli uomini di cultura. Essi appaiono alla massa come privi di emozioni e quindi freddi. Chi agisce esclusivamente sotto lo stimolo di emozioni e di istinti soggiace al peso della propria materialità e da essa si lascia dominare senza libertà interiore. Le azioni basate sulle emozioni chiedono subito contropartite appaganti. Il piacere è il fine che si ripromette il materialista. Gli uomini di cultura hanno piaceri diversi da quelli della massa. Essi mirano a liberarsi dalle costrizioni esteriori e vogliono divenire i padroni delle proprie emozioni e dei propri stati d'animo. Per realizzare questo obiettivo potenziano la propria forza interiore rovesciando la dinamica emotiva e divenendo forti al punto tale da determinare i propri stati d'animo in base a valutazioni interiori senza subire le imposizioni delle condizioni esterne. Tra le persone vi sono alcune che si appagano della normale vita emotiva ed altre che invece pur subendola entrano in stati di depressione. La depressione è il sintomo del risveglio di una coscienza superiore che non è più disposta a subire i condizionamenti esterni ma che cerca una propria autonomia emotiva, spesso senza successo. Vi sono epoche in cui il numero dei depressi è ridotto e altre in cui tale numero diviene enorme. L'attuale momento è uno di quelli in cui enorme diviene il numero dei disadattati e degli infelici. Il lavoro ha sempre costituito un valido antidoto alla depressione. Chi vuole aiutare il mondo ad uscire dalla presente disastrosa condizione deve meditare sul valore del lavoro. Il lavoro richiede attivazione della volontà per realizzarne i prodotti. Ogni atto lavorativo è una creazione, giacché conferisce una forma a qualcosa di materiale per mezzo di uno sforzo volitivo. Mentre si lavora l'Essere umano attiva la propria volontà rafforzandola. Il rafforzamento della volontà porta all'acquisizione della capacità di opporsi con forza a tutto quanto agisce sulla coscienza in maniera non conforme alla sua natura. Chi è in stato di depressione dimostra con ciò una debolezza volitiva e quindi una incapacità a dominare gli eventi. L'unica cura possibile è quella di impegni in difficoltà lavorative per conseguirne il potenziamento della volontà. Purtroppo la gioventù contemporanea ha vissuto in situazioni di benessere e di appagamento che ne hanno infiacchita la volontà. A tale circostanza si aggiunge l'altra della rarefazione delle opportunità di lavoro e dell'allentamento dei rapporti disciplinari a causa di una legislazione protettiva che appare quasi la prosecuzione della protezione materna. Occorre convincersi che è impossibile lavorare senza che ciò comporti una sofferenza ed è proprio tale sofferenza che rafforza la volontà. Il fattore compensativo di tale sofferenza è costituito non già dal compenso economico ma dalla speranza di realizzare i propri ideali, amati intensamente, e dalla fiducia nel domani. La ribellione al dolore del lavoro porta al proprio infiacchimento interiore che poi porta alla depressione psichica. Il mondo non è mai come lo vorremmo e dobbiamo lottare vigorosamente per trasformarlo con il nostro sacrificio e non dobbiamo pretendere che esso ci venga incontro secondo le nostre esigenze. Chi si ribella va incontro a situazioni sempre peggiori. Occorre capire che siamo noi a dichiararci insoddisfatti perché usiamo un metro forse un po' troppo lungo e dobbiamo riflettere sul fatto che se quello che abbiamo intorno non ci rende soddisfatti, con il nostro ribellarci non facciamo nulla per modificarlo e con ciò contribuiamo che le cose diventino sempre peggiori. Occorre abituarsi a vedere il positivo che già è stato realizzato e se esso ancora non ci sembra sufficiente dobbiamo convincerci che ciò ci impone di attivarci per rendere possibile quello che ancora non esiste. Perché dovrebbero essere gli altri a realizzare i nostri sogni? Che cosa noi facciamo per realizzare i sogni degli altri? Se la realtà non ci offre occasioni di lavoro dobbiamo crearcele da noi attivando la nostra fantasia e cercando i varchi, anche stretti, che ci si presentano intorno. Chi cerca il lavoro solo per il compenso economico non ha capito nulla della vita. Il compenso economico non è un diritto, ma il risultato del proprio contributo alla produzione del bene la cui vendita procura il denaro da cui trarre la parte di nostra spettanza. L'individuo deve acquisire coscienza del valore del proprio apporto all'opera e poi contrattare il compenso economico tenendo anche conto della convenienza di chi deve dare la contropartita economica. Il lavoro considerato come diritto è uno degli errori più nefasti nella storia della civiltà. Il lavoro quando ha finalità economiche deve fornire le convenienze altrimenti diviene un'astrazione intollerata dalla realtà. L'Essere umano ha un solo diritto incondizionabile quello ad avere a disposizione quanto necessario per la propria sopravvivenza materiale, ma tale diritto non va soddisfatto dalle strutture produttive, bensì attraverso provvedimenti generali che non gravino direttamente sui prezzi. se non si vuole innescare disastrosi processi inflazionistici. Quando si capirà che l'esuberanza produttiva, resa possibile dalla moderna tecnologia, permette di creare dei meccanismi sociali di garanzia della sopravvivenza di base, indipendentemente dalla partecipazione ai processi produttivi, senza scarico sui prezzi, allora si imboccherà la strada giusta. Allora finalmente si cercherà il lavoro con la coscienza di dover dare un contributo reale che poi ci permetterà di pretendere la quota di nostra spettanza. Il meccanismo per assicurare il diritto alla vita a tutti i componenti delle comunità sociali è quello delle emissioni monetarie datate mensili a favore di ciascuno, in contropartita di decurtazioni percentuali mensili della intera massa monetaria datata. Con ciò i costi sociali non si scaricheranno più sui prezzi consentendo una sana dinamica economica che porterà ad alti livelli produttivi ed abbondanza di occasioni di partecipazione lavorativa in libera contrattazione individuale. Finché ciò non sarà realizzato la vita sociale diverrà sempre più una guerra di tutti contro tutti di cui faranno le spese prevalentemente i più deboli. Questo indica la cultura e chi vuole operare per il progresso si dovrà sempre più cimentare con tali idee per contenere il più possibile i disastri che si affacceranno nei prossimi decenni. Chi si illude che sia possibile mantenere le attuali condizioni sociali senza modifiche strutturali profonde come quella indicata, è destinato a profonde continue dolorose disillusioni. Anche se la massa continuerà per qualche tempo ancora a chiedere divertimenti, sarà bene cominciare a prepararsi al risveglio cui tutti si sarà costretti dalla forza delle cose che oggi sono percepibili nel loro stato germinale. Occorre combattere strenuamente per modificare gli errori culturali provocati nel passato da una cultura sociale astratta e ignara delle esigenze della natura umana. Madornali errori come quello del diritto al lavoro vanno combattuti se si vuole che riprenda l'iniziativa imprenditoriale che sola può assicurare le condizioni per un ritorno alla normalità. Il fallimento pratico di tutte le ideologie va visto come un potenziale pericolo per il futuro, giacché immense masse umane si sono viste derubate dei propri sogni e delle proprie speranze ancorché illusorie. Occorre affrettarsi a sviluppare nuove concezioni sostitutive delle passate ma che siano prive dei precedenti difetti. Ciò è oggi possibile dato l'immenso patrimonio di esperienze negative fatte nei passati decenni. Si dia voce a coloro che impiegano tutte le proprie energie creative per cercare soluzioni nuove, per aprire dibattiti capaci di fornire speranza nel futuro. Non basta indignarsi per ciò che va male occorre avere forza progettuale per immaginare soluzioni valide altrimenti ogni domani sarà peggiore del giorno precedente. Oggi l'intero mondo è in condizione di malessere progressivo e i vecchi metodi non sono più sufficienti per risanarlo. Nessuno può ritenersi al sicuro da danni personali e non fosse altro che per questo motivo tutti si debbono sentire impegnati a mettere in moto la propria fantasia per preparare un futuro migliore del presente. Nicolò Giuseppe Bellia Ladispoli, 7 maggio 1992 – 11,50 | ||
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