LA VITA È UN DIRITTO O SOLO UN’OPPORTUNITÀ? [01 mar 04 16:52 by Stefano Rofena] | ||
| LA VITA È UN DIRITTO O SOLO UN’OPPORTUNITÀ? Ogni essere umano che nasce nel mondo ha diritto a poter vivere. Per vivere deve poter avere accesso allo sfruttamento delle risorse naturali necessarie; sarà poi sua re-sponsabilità ricrearne di nuove o propiziare la loro rigenerazione. La giustizia di un precetto si può spiegare ma non dimostrare. Ognuno deve intuirla da sé. Il diritto alla vita dovrebbe pacificamente essere sostenuto da tutti. Ma non lo è, e non lo è stato nel passato. Per nascere non siamo stati chiamati in causa, ma poi, sopravvivere è diventato affar nostro. Per vivere ci vogliono varie cose, o i soldi per comprarle. Ci viene insegnato che queste cose, come anche il lavoro per far soldi, non ci sono per tutti e non sono di-sponibili dove, come e quando vogliamo. Per questo, chi abbia in passato creato qualche bene, lo abbia avuto in eredità o per conquista, se ne vuole tenere stretta la proprietà; cerca di unirsi con altre persone con lo stesso problema in modo da costituire un gruppo sociale abbastanza potente da imporre il rispetto di tale “diritto di proprietà”. A tale scopo, questa so-cietà promulga leggi, istituisce organismi giudiziari ed esecutivi. Questo non è mai stato pacifico; si è combattuto per arrogarsi la prerogativa di sfruttare alcune risorse lo-cali come pascoli, terreni coltivabili, riserve di caccia o pesca, minerali, petrolio, ecc. Oggi nei paesi civiliz-zati non si combattono (quasi) più battaglie per conquistare “cose”, ma si combattono ancora battaglie “lega-li” per lo sfruttamento di “idee”, brevetti e invenzioni. Nessuno lo dice, ma di fatto si pensa: chi vuol nascere, nasca pure e si accomodi al mondo come meglio ritiene purché non prenda ciò che è di proprietà di chi è nato prima di lui. Se nasce in paesi poveri, non è col-pa di chi è nato in paesi ricchi. Potrà venire nei paesi ricchi a cercare fortuna a patto che ne rispetti le leggi. Se poi questo non sarà possibile per sovrannumero, che attenda nel suo paese la carità dei più ricchi e che si adoperi per arricchirlo restandone all’interno. Il “diritto di proprietà” c’è da tempo immemorabile e non si tocca. E quando questo riguarda beni e risor-se vitali? Mors tua vita mea? Il concetto che beni naturali vitali debbano essere di diritto accessibili a tutti al mondo è di facile intuizio-ne finché si parla cose che hanno larga diffusione: la luce e il calore del sole, l’aria che si respira, l’energia eolica, l’acqua piovana. Già è problematica la suddivisione di sorgenti di acqua potabile, carbone, petrolio, zone di mare pescose e altre risorse localizzate e non naturalmente diffuse. Chi nasce in una regione ricca di acqua potabile non comprende istintivamente la fatica di procurarsi poca acqua fangosa di chi è nato in re-gioni desertiche. Se non sviluppa la compassione per queste persone meno fortunate, potrebbe al minimo non adoperarsi per portare l’acqua nel deserto e al massimo chiudere e difendere le proprie sorgenti ottenute per “diritto di nascita”. Chi ha compassione e considera le persone meno fortunate come suoi fratelli, anche se sono nate non dal-la stessa madre e in luoghi “distanti dagli occhi e dal cuore”, non si considera “proprietario” dei beni natura-li. Almeno non più di ogni altro, e si adopera per condividerne la disponibilità. Nei paesi civili infatti si co-struiscono acquedotti per distribuire a tutti un bene basilare come l’acqua e i costi per raggiungere località lontane dalle fonti gravano anche su chi vi abita vicino. Ma cosa succede tra nazioni diverse? A parte limitate elemosine, quale nazione cede gratuitamente le proprie risorse ad altre o addirittura spende soldi propri per offrirne la disponibilità? Dopo queste considerazioni, una riflessione breve e facile dovrebbe concludersi con l’intuizione che i be-ni naturali vitali sono un diritto di tutti. Forse la proprietà privata non si dovrebbe applicare a questi beni, ma si può dire lo stesso per i beni non naturali ma prodotti dall’attività dei singoli? Due persone abitano due terreni confinanti; una si costruisce una casa; l’altra ha diritto di abitarvi pur non avendo condiviso le fatiche e i costi della costruzione? No se il primo non glielo consente. In questo caso l’attaccamento alle cose che ci procuriamo col lavoro personale ci fanno sentire giusta la proprietà privata. Tuttavia chi ha costruito la casa lo ha fatto su un terreno sottratto all’usufrutto comune e divenuto esclusi-vo, così come avrà usato materiali derivati dalla terra e usato energie da fonti comuni. Per questo egli do-vrebbe pagare un corrispettivo che andrebbe suddiviso tra tutti. Un compenso per la concessione d’uso esclu-sivo di beni comuni. Ai tempi attuali non esistono più beni naturali che non abbiano un proprietario privato o pubblico; e tutti coloro che detengono delle proprietà hanno pagato direttamente o indirettamente per averle ottenute. Ognuno di noi però, non avendo più la possibilità di un accesso diretto ai beni naturali ed essendo impos-sibile una loro equa divisione e distribuzione così come esistono “in natura”, ha diritto ad un compenso in denaro come corrispettivo della sua quota di beni naturali di cui è diventato comproprietario alla nascita. In una economia non primitiva ovviamente i pagamenti tra gli operatori economici non avvengono “in na-tura” (p.es. acqua in cambio di frutta) ma in denaro che come simbolo numerico del valore si divide e circola con facilità. Questa quota di denaro è il “reddito di cittadinanza”. Lo si può considerare anche come la riscossione del-la concessione di sfruttamento per i beni naturali comuni. La possibilità di poter riscuotere realmente, in moneta, un tale canone di usufrutto, pone la necessità che chi ne abbia la concessione realmente metta a frutto tali beni naturali. Se l’acqua di una sorgente non fosse presa o canalizzata e fosse lasciata andare a mare, se un frutto non fosse colto e fosse lasciato marcire al suo-lo, non ve ne sarebbe utilità per nessuno. Ma se qualcuno lavora ad un’opera di canalizzazione dell’acqua o alla raccolta e distribuzione della frutta può farsi pagare per il prodotto del suo lavoro o servizio e così paga-re a sua volta la quota a lui spettante di tasse. Il totale degli introiti dalla tassazione sarà suddiviso tra tutti come reddito di cittadinanza. Ho così introdotto il concetto che la proprietà privata è un diritto solo per i beni o servizi prodotti dall’attività privata, e per poterla esercitare (poiché si basa direttamente o indirettamente sullo sfruttamento di risorse naturali) si deve pagare una tassa. Tale tassa rimborsa chi ha implicitamente rinunciato a sfruttare tali risorse direttamente per suo conto. A questo punto c’è bisogno di stabilire come e in che misura devono essere imposte le tasse; cioè il siste-ma fiscale. LA FISCALITÀ MONETARIA Per spiegare come funziona questo sistema fiscale bisogna prima dire come si costituisce una società eco-nomica. Poniamo che un’isola deserta venga colonizzata da quattro persone che intendono viverci senza rapporti con l’esterno. Iniziano tra loro degli scambi di lavoro, frutta raccolta, pesce pescato e altre cose. Quando, do-po un po’ gli scambi aumentano in quantità e varietà, bisogna iniziare ad usare il denaro, cioè qualcosa che rappresenti il valore delle merci e dei servizi, qualcosa che si trasporti, conservi e divida comodamente; po-trebbero essere conchiglie raccolte e numerate, fogli di carta stampati o altro. Primo problema: come si dividono i soldi all’inizio? Chi fa materialmente i soldi (p.es. la Zecca dello Sta-to), che rappresentano il valore delle merci, a chi li da? Se li desse chi possiede tali merci, gli altri come po-trebbero comprarle? E se li desse agli altri, questi si ritroverebbero il potere d’acquisto senza possedere nulla come corrispettivo reale ai soldi posseduti. I soldi si dividono in parti uguali. Questo corrisponde al fatto che nasciamo tutti con gli stessi diritti; dirit-to a condividere le risorse di natura, che all’inizio, sono le uniche che esistono nell’isola dei nostri quattro coloni. Decidono p.es. di stampare 480.000 Soldi e se ne dividono 120.000 per ognuno. Si determina che un vitalizio congruo (cioè la somma che occorre per pagare beni e servizi vitali decorosi) sia di 1.000 Soldi mensili. Le tasse si stabiliscono in misura da ricostituire periodicamente la somma distribuita come vitalizi. In questo esempio sarebbe sufficiente che ognuno pagasse allo stato (a chi amministra la comunità) ogni fine anno il 10% del denaro posseduto (svalutazione del denaro posseduto). Durante l’anno avvengono gli scambi commerciali e chi avrà lavorato di più o meglio avrà incassato più denaro; altri avranno speso di più restando con meno Soldi. Alla fine dell’anno però il totale della massa monetaria, a prescindere da chi la detenga, sarà sempre di 480.000 Soldi e l’introito fiscale sempre di 48.000 Soldi che verranno ridistribuiti 12.000 ciascu-no. Anche se alla fine qualcuno dovesse restare senza Soldi, all’inizio del nuovo anno riceverà di nuovo la somma che gli consentirà di vivere per l’anno a venire. Chiaro che non tutti possano fermarsi con l’attività produttiva e limitarsi a spendere il loro reddito di cittadinanza; Qualcuno dovrà produrre quei beni e servizi necessari per il consumo suo e degli altri. Ma in una società dalla tecnologia evoluta è sufficiente il lavoro di pochi per il sostentamento di molti. Le opere di ingegno realizzate nel passato offrono i loro frutti per moltissimi anni a venire. E cosa succederebbe se tutti volessero fermarsi a godere dei frutti del lavoro passato e nessuno volesse la-vorare alla manutenzione, ripristino o miglioramento delle risorse? Arrivati al fondo del barile, il denaro non potrebbe comprare nulla e ognuno sarebbe costretto a procurarsi di che vivere. Ammesso che si sia così stu-pidi da arrivare a questo, si ricreerebbe la condizione d’inizio di una società economica: ben presto si risco-prirebbe che lavorare ognuno il proprio orto è ben più oneroso che specializzarsi e dividere il lavoro. Il fatto basilare che porta allo sviluppo della tecnologia è di semplice constatazione: chi si dedica e con-centra in modo adeguato a un’attività, col tempo impara a svolgerla in modo più efficace. L’esercizio miglio-ra l’abilità, lo studio aumenta la conoscenza. Cioè: meglio con meno fatica. I nostri quattro “cittadini della società modello” reimparerebbero che socializzare, cioè lavorare al 25 per cento per se e al 75% per gli altri tre, è meno oneroso che lavorare ognuno al 100% per se stessi. Il 75% del prodotto in esubero di ciascuno verrebbe venduto per avere il 25% + 25% + 25% del prodotto degli altri. Al-la fine si otterrebbe prodotti migliori per tutti e più tempo libero. L’economia moderna ricomincerebbe. Questo fatto ha il suo punto di equilibrio, oltrepassato il quale la tendenza si inverte. L’operaio meccaniz-zato della fine dell’ottocento stigmatizzato nel film “Tempi moderni” di Chaplin, si esauriva nella assurda pretesa di dover divenire abilissimo a fare un’operazione particolarissima (solo stringere in continuazione due bulloni). I bambini, gli ammalati, gli invalidi consumano prodotti e servizi d’assistenza senza dare nulla in cambio. Artisti, poeti, ricercatori, filosofi, producono beni intangibili; non per il corpo ma per lo spirito. Quale società culturalmente evoluta rifiuterebbe di servirli ugualmente (di comprare i loro prodotti)? Considerazione e compassione per gli altri sono le qualità che portano al progresso più che la brama di autoaffermazione. “Ad ognuno secondo necessità, da ognuno secondo capacità” è un precetto sano se si fonda sull’amorevole compassione. Altrimenti è un’ipocrita velina all’effettivo egoismo. Stefano Rofena – 1° Marzo 2004 | ||
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